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Antonino Leone

Dario Marini ai giovani PD - 0 views

  • Antonino Leone
     
    Creare un movimento giovanile non è uno scherzo, significa mettersi insieme e cominciare a delinare il futuro del nostro partito e dell'intera società italiana. Non si tratta di operazioni oscure di segreteria e piccole grandi manovre di bassa politica. Dobbiamo volare alto e dobbiamo farlo insieme.
Giuseppe Peronato

Giovani Democratici di Vicenza - sez. "A. Giuriolo" - 0 views

  • Giuseppe Peronato
     
    Il sito ufficiale dei giovani del Partito Democratico di Vicenza - sezione A. Giuriolo
stefano minguzzi

Stefano Minguzzi - 0 views

  • stefano minguzzi
     
    Sito ufficiale di Stefano Minguzzi candidato al consiglio del Municipio Roma 19
Giacomo Dorigo

Relazione di Veltroni alla Assemblea Nazionale 2008 - 0 views

  • La stessa anomalia della destra italiana, quel suo affidarsi alla persona che detiene la massima concentrazione di potere privato del Paese, non è che l’altra faccia della debolezza dei poteri pubblici e della fragilità del sistema politico. Quasi che un sistema politico e istituzionale strutturalmente inadeguato a prendere le decisioni necessarie dovesse e potesse essere surrogato dall’investitura di un potere parallelo.
  • la speranza che una parte larga e più volte maggioritaria del Paese ha riposto nella supplenza privata di poteri pubblici si è rivelata un’illusione
  • Come ha scritto uno sconsolato Luca Ricolfi, “Emendamento salva Rete 4, limiti alle intercettazioni e alla libertà di stampa, norme per fermare il processo Mills, ricusazione del magistrato che dovrebbe giudicare il premier, riproposizione del lodo Schifani, tutto indica che ci risiamo
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  • “Governo-ombra”: uno strumento essenziale per un'opposizione che voglia qualificarsi per le sue proposte e affermarsi progressivamente come credibile alternativa di governo
    • Giacomo Dorigo
       
      però gli si poteva trovare un nome migliore... questo da un'idea di trame oscure e poco trasparenti... invece è tutto il contrario...
  • Ecco dunque un primo elemento della nostra contromanovra: salari migliori e salto nelle capacità competitive del sistema, attraverso misure fiscali e riforma del modello contrattuale.
  • Bisogna invece rovesciare logica e tempistica rispetto a quella adottata dal Governo. Prima il federalismo fiscale, fondato su standard di qualità, quantità e costi dei livelli essenziali dei servizi, poi la razionalizzazione dei trasferimenti.
  • Quanto a banche, assicurazioni e petrolieri, mi limiterò a qualche domanda: quanto vale, per questi soggetti, l'abolizione della class action? Quanto vale, l'evaporare della nostra proposta sulla commissione per massimo scoperto? Quanto vale il mantenimento di certi monopoli nel settore energetico? Quanto vale il rinnovo per legge delle concessioni autostradali? E quali sono i meccanismi che il governo intende mettere in atto per impedire che consumatori, risparmiatori e utenti vedano trasferire sui prezzi gli aggravi?
  • Ma il governo deve anche sapere che la sospensione dell'automaticità dei crediti d'imposta, il saccheggio delle risorse per le infrastrutture nel Sud a fini di copertura del decreto ICI, lo sperpero di 300 milioni nel prestito Alitalia, che non è più ponte verso una credibile soluzione (e dunque non è più nemmeno un prestito), hanno inferto un duro colpo alla sua credibilità in questo campo e ci rendono diffidenti sulla serietà delle sue intenzioni.
  • Noi abbiamo detto con nettezza, nei mesi scorsi, che la sicurezza è un bene primario, un diritto civile indisponibile, una condizione imprescindibile della democrazia.

    Una delle “rotture”, delle innovazioni più grandi che rispetto al passato il Partito Democratico ha prodotto, è stata proprio questa: affermare che quello alla sicurezza è un diritto fondamentale, che chi governa ha il compito di fare ogni cosa per assicurarlo
  • La percezione delle persone, si badi, non è qualcosa da sminuire o biasimare. E’ parte integrante del diritto a vivere sicuri e sereni, senza temere di andare a ritirare la pensione, senza dover star svegli con l’ansia di chi aspetta il ritorno a casa di sua figlia. La paura è un dato reale. Va compresa, e le vanno date risposte.

    Come va data risposta a chi arriva qui, lavora onestamente, e chiede integrazione, chiede di aver riconosciuti diritti civili e politici, chiede di poter votare, a cominciare dalle amministrative.
  • Altra cosa, decisamente altra cosa, è fare un’equazione tanto ingiusta quanto gravemente sbagliata: più immigrazione uguale insicurezza, straniero uguale estraneo, diverso, “altro” da sé, minaccia per il proprio territorio, la propria casa, la propria incolumità. E quindi nemico da allontanare, da respingere, da cacciare.

    Sia chiaro: gli individui che commettono un crimine vanno puniti, qualunque sia la loro nazionalità, la loro provenienza. Gli individui: mai i gruppi, le comunità etniche, sociali o religiose alle quali appartengono.
  • Le ronde, la caccia al rom o all’immigrato, il mito aberrante del farsi giustizia da sé sono un problema, non sono certo la soluzione, nemmeno in minima parte.

    Proposte politiche che minimizzano l’una cosa e che propongono apertamente l’altra, sono anch’esse parte del problema, non la possibilità di uscirne.
  • Ha davvero ragione Claudio Magris quando dice: “Credo che i commercianti e gli industriali taglieggiati dalla camorra o dalla mafia scambierebbero volentieri il danno, l’intimidazione – non di rado la morte – che sono costretti a subire con i fastidi di chi abita non lontano da un campo nomadi. Non si sono viste squadre di cittadini indignati scagliarsi contro quartieri della camorra e non ho sentito parlare di ronde pronte a proteggere gli esercenti dai malavitosi che vengono a riscuotere il pizzo”.

    E’ così. Troppo spesso, in questo nostro Paese, succede così. E fatemi dire che io non ho visto uomini politici della destra, né in campagna elettorale, né nei giorni scorsi quando sono tornato di nuovo a Casal di Principe e in Sicilia, spendere una parola – non dico a combattere in prima fila, ma spendere una sola parola – contro la camorra, contro la mafia, per respingere il loro appoggio, per sostenere concretamente i magistrati, le forze dell’ordine, gli industriali anti-racket, i ragazzi di “Libera” o quelli di Locri che giorno per giorno difendono, tutti assieme, il valore della legalità, della moralità che la vita pubblica deve avere.
  • Pensiamo a questi ultimi vent’anni. Sono cambiati, e profondamente, gli equilibri politici. Nel 1989, con il crollo del Muro, finiva il tempo delle ideologie, tramontava l’assetto bipolare che per più di mezzo secolo aveva determinato i destini di popoli e paesi di ogni angolo del pianeta. Qualcuno, salutando i segni di una democrazia in complessiva espansione, perché era verso di essa che il mercato sembrava ineluttabilmente spingere, arrivava a preconizzare la “fine della Storia”.
  • Nel frattempo, girato drammaticamente l’angolo del nuovo secolo, ci si accorge di quanto si siano incrinate le certezze sulla “naturale” crescita delle democrazie.

    Larry Diamond, politologo della Stanford University, lo ha detto con chiarezza: a fianco della tanto dibattuta recessione economica americana ce n’è oggi un’altra, meno discussa ma assai più temibile, perché se si consolidasse sarebbe molto difficile invertire il senso di marcia e le conseguenze per l’intero pianeta sarebbero di non breve durata. L’ha definita “recessione democratica”, pensando soprattutto a quelle forme di “capitalismo autoritario” che con profili diversi ha i suoi esempi più grandi nella Cina e nella Russia. Realtà che si stanno incaricando di dimostrare che il mercato può esistere anche senza democrazia o in presenza di democrazie deboli.
    • Giacomo Dorigo
       
      Su questo sono profondamente d'accordo, è secondo me uno dei pericoli più grandi. Contro l'Unione Sovietica le liberal democrazie avevano un vantagigo incredibile: un sistema economico più efficiente che rendeva complessivamente più ricchi i loro cittadini. Ma contro il capitalismo autoritario di Cina e Russia non abbiamo questo vantaggio e se non giochiamo davvero bene la partita rischieremo di perderla trovandoci anche qui da noi in una nuova era fascista
  • la paura è da sempre compagna di viaggio degli uomini e va considerata per quel che è, un sentimento umanissimo. Che le persone arrivino a farsene condizionare è quanto di più comprensibile. Altra cosa però è la politica, è l’uomo di governo, che non si pone il problema di superare la paura, di contrastare il suo dilagare contagioso, i guasti che così si producono all’interno di una comunità. Altra cosa ancora è chi pensa addirittura di trarre, da tutto ciò, un vantaggio.

    Sulla base della paura non si governa una società. Men che meno si governano e si tengono insieme società aperte e complesse come le nostre.
    • Giacomo Dorigo
       
      io aggiungerei sulla base della paura e del senso di emergenza, questi erano i due punti focali della propaganda nazi-fascista: paura e stato di emergenza, è con questi due grimaldelli che puoi convincere anche la persona più mite ad andare in guerra
  • La destra sceglie la chiave del populismo, cavalca le paure e solletica l’arbitrio personale, alza muri, invoca dazi e barriere. Preferisce fare facili promesse, rassicuranti forse nell’immediato, in grado di esorcizzare lì per lì la paura, ma non di sciogliere davvero i nodi che ne sono all’origine.
  • La globalizzazione attuale richiede di essere governata dai pubblici poteri, con un più efficace coordinamento internazionale, con un modello al tempo stesso multilaterale e multilivello. Una nuova idea di “governo mondiale”. E’ questa l’urgenza che il centrosinistra, le forze riformiste di tutto il mondo, si devono porre, assumendosi nuove e grandi responsabilità.
  • A noi il grande compito di accendere, contro la paralisi della paura, una razionale speranza di cambiamento.

    E’ possibile. Guardiamo oltreoceano, dove tra pochi mesi si porterà lo sguardo del mondo.

    George W. Bush è stato la prova vivente di questa regola aurea della politica democratica. Nessuno più di lui ha fatto leva sulla paura, dopo il tremendo choc dell’11 settembre. Grazie alla paura, Bush ha rivinto trionfalmente le elezioni del 2004, ma non è riuscito a governare, cioè a produrre soluzioni concrete e solide. Né per il mondo, né per gli Stati Uniti. La guerra all’Iraq si è dimostrata solo un cruento diversivo, che ha distolto forze militari ed energie politiche dall’Afghanistan ed ha prodotto come unico risultato geopolitico il rafforzamento dell’Iran.

    Più in generale, l’amministrazione Bush ha dissipato la straordinaria eredità di Clinton, che gli aveva consegnato un’America forte, economicamente solida, rispettata nel mondo: anziché lavorare alla costruzione di un nuovo ordine mondiale, fondato sul diritto internazionale, ha pensato di poter gestire lo straordinario potere di cui dispone l’unica iperpotenza in chiave unilaterale
  • Ma “cambiamento” vorremmo divenisse la parola chiave anche di una rinascita delle forze democratiche, riformiste, progressiste in Europa.

    Il No irlandese al trattato di Lisbona è un segnale inquietante. I popoli voltano le spalle all’Europa. E’ come se la percepissero come parte del problema, il problema di una globalizzazione senza guida, anziché come parte essenziale della soluzione.

    Solo un’Europa più forte e più unita, capace di parlare con una voce sola, può invece consentire ai popoli europei di evitare il rischio della irrilevanza nel mondo “post-occidentale”.
  • L’Europa deve cambiare. C’è bisogno di più e non di meno Europa. E c’è bisogno, al Parlamento di Strasburgo, di un grande gruppo riformista e democratico, che lavori per far compiere un salto di qualità al processo di integrazione europea.

    Questo è ciò che stiamo dicendo, proprio in questi giorni, ai nostri amici socialisti e ai nostri amici liberali europei.

    E’ esattamente l’opposto che pensare che l’Europa sia una grande Italia. Piuttosto, da italiani, vorremmo contribuire, uniti, a rendere più grande e forte l’Europa. E pensiamo che le famiglie politiche europee potranno veder crescere il loro ruolo e il loro significato, agli occhi sempre più scettici dei cittadini europei, solo se sapranno scommettere sulla loro capacità di rilanciare il processo di integrazione.

    La nostra è un’identità nuova in Europa e come tale è un’identità che è e resterà autonoma. Ma autonomia non significa solitudine. Tanto meno può significare dividersi tra di noi in gruppi diversi che ricalchino le vecchie provenienze.

    Noi stiamo costruendo relazioni strette del PD con il Pse, con i liberaldemocratici europei, con i Democratici americani, per favorire il formarsi di un grande campo dei riformisti, dei democratici, dei progressisti, sia in Europa che nel mondo. Per quanto riguarda il Parlamento di Strasburgo, sarà un fatto nuovo se i socialisti, come è da auspicare, favoriranno la nascita di un nuovo gruppo aperto a forze che non facciano parte del Pse.

    Ciò che stiamo costruendo è una soluzione che consenta al nostro partito di armonizzare la sua autonomia e la sua identità senza che questo significhi isolamento in Europa.

    Questo vuol dire che quale che sia la collocazione che avrà il gruppo del PD a Starsburgo noi dovremo lavorare per la costruzione di questo vasto campo che comprenda democratici, socialisti e liberali europei.
  • Per di più, la sconfitta c’è stata anche sul piano quantitativo: lo scarto tra noi e il Pdl è di un milione e mezzo di voti, che diventano più di 3 e mezzo con l’apporto dei rispettivi alleati: Lega Nord e autonomisti meridionali da una parte, Italia dei valori dalla nostra.

    Uno scarto ampio, che non sarebbe stato colmabile neppure ipotizzando di poterci avvalere dell’apporto della Sinistra Arcobaleno e dei Socialisti, che insieme non raggiungono il milione e mezzo di voti.

    Anche lasciando fuori dai blocchi i 2 milioni di voti dell’Udc, con l’apporto della Destra di Storace e Santanchè il centrodestra avrebbe comunque mantenuto un vantaggio di quasi 3 milioni di voti.

    L’ipotesi della sommatoria è peraltro solo un’ipotesi di scuola. Si tende infatti troppo facilmente a dimenticare che le elezioni del 13 e 14 aprile non sono state elezioni a scadenza naturale, ma elezioni anticipate, dopo l’interruzione traumatica della legislatura più breve della storia della Repubblica.

    E che quella crisi non è stato il frutto di un incidente di percorso, ma del riproporsi, per la seconda volta in un decennio, e in forme se possibile ancora più gravi del 1998, di una rottura strategica con Rifondazione comunista e le altre forze che hanno dato vita alla Sinistra Arcobaleno. Questa volta in un contesto di disperante frammentazione che ha segnato tutta la legislatura.
    • Giacomo Dorigo
       
      eh questo non è un passaggio da poco, per essere maggioranza mancano ben tre milioni di voti... mica roba da poco...
  • Abbiamo detto mai più coalizioni che si compongono solo per battere l’avversario e a questo obiettivo sacrificano la chiarezza e la credibilità del programma di governo. Una scelta che ha avuto ed ha per noi il valore di una scelta strategica. Dirò di più: di un principio costitutivo del partito nuovo che abbiamo messo in campo. Ho avuto modo di definirla, una volta, una scelta “anti-machiavellica”: per noi la politica non esaurisce il suo significato nella lotta per la conquista e la conservazione del potere.

    Questa è semmai la sua dimensione tecnica, che Machiavelli ha insegnato a non trascurare. Ma il significato della politica, il suo valore umano, il suo spessore etico, sta nel mettere insieme le idee e le forze, in un unico, inscindibile sistema, volto ad intervenire nella storia umana, per ridurre la peraltro mai compiutamente eliminabile presenza in essa del male, del dolore, della violenza, dell’ingiustizia, della sopraffazione. E a piegarne umanisticamente il corso verso mete, certo parziali e mai irreversibili, di pace, di libertà, di giustizia, di sviluppo, di moltiplicazione delle opportunità per il maggior numero di esseri umani, di diritti civili riconosciuti ad ognuno, dentro società che considerino le differenze una ricchezza, rispettino le scelte di ognuno e si oppongano a qualunque forma di discriminazione e di intolleranza.
  • Questo per noi è governare: non è solo ben amministrare l’esistente, tanto meno solo occupare il potere in una gara insensata tra competitori tra loro pressoché identici. Governare per noi democratici è riformare, dare nuova forma, per quanto possibile, alle cose, ai processi storici, ai rapporti di forza e di potere tra gli uomini.
  • Le prime ricerche, i primi approfondimenti sulla struttura del voto del 13 e 14 aprile scorsi, ci dicono quanto il PD rischi di trovarsi rinchiuso negli stessi, per noi oggi troppo angusti e comunque minoritari, confini storici della sinistra italiana.

    E’ sempre un errore, un grave errore, sottovalutare la forza delle tendenze storiche di lungo periodo. E tuttavia, non possiamo non dirci che il Partito Democratico nasce proprio sulla base dell’ambizione di correggere, di deviare almeno in parte, la tendenza all’eterno ritorno dell’identico della politica italiana.
  • Smettiamola, ad esempio, di dire che l’Italia è un Paese di destra. Non esistono paesi di destra e paesi di sinistra. Esistono, paese per paese, destre e sinistre più o meno capaci di leggere, interpretare e rappresentare i cambiamenti che interessano le società in cui vivono.

    E se noi oggi siamo minoranza nel Paese è perché in questi anni l’Italia è cambiata, sul piano della struttura materiale come su quello della cultura collettiva, e noi non abbiamo ancora elaborato i linguaggi e le forme di una politica che sia in grado di dare risposte alle domande nuove che pone una società diversa da quella del secolo scorso.
  • I nostri circoli dovranno diventare la frontiera dell’innovazione civile e democratica del Paese. Luoghi nei quali la gente si incontra, ragiona di politica, acquista consapevolezza della complessità, matura una visione non più solitaria, rassegnata, talora disperata del suo problema, della sua angoscia, della sua rabbia, trasforma questi sentimenti in energia positiva di trasformazione sociale, fino a riconquistare la voglia di partecipare, decidere, contare nelle scelte che riguardano il destino della comunità umana di cui si è parte.
Eugenio Angelillo

Il Termometro Politico - 0 views

  • Eugenio Angelillo
     
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